Pubblicato il Marzo 15, 2024

La vera redditività del Product-as-a-Service non risiede nel canone mensile, ma nell’efficienza con cui l’azienda progetta, recupera e rigenera il valore del prodotto a fine ciclo.

  • Il profitto si sposta dalla vendita iniziale al valore residuo recuperato attraverso la rigenerazione.
  • La progettazione per il disassemblaggio (Design for Disassembly) non è un’opzione, ma il fondamento economico del modello.
  • La logistica inversa, sebbene costosa, diventa un centro di profitto quando gestita strategicamente per recuperare asset di valore.

Raccomandazione: Iniziate analizzando il costo totale del ciclo di vita (LCC) del vostro prodotto di punta, includendo i potenziali costi e ricavi di recupero e rigenerazione.

Per un imprenditore visionario, l’idea di passare dalla vendita di un prodotto a quella di un servizio è allettante. Il modello “Product-as-a-Service” (PaaS) promette flussi di cassa ricorrenti, una relazione più stretta con il cliente e un’aura di innovazione sostenibile. Molti pensano subito a Netflix o Spotify, immaginando un semplice abbonamento applicato a un bene fisico. Ma questo è un errore strategico. La vera rivoluzione non è nel modello di pagamento, ma nella riprogettazione radicale dell’intera catena del valore.

Il passaggio al PaaS costringe a porsi domande che il modello lineare “produci, vendi, dimentica” ignora completamente. Come è progettato il mio prodotto? Posso smontarlo facilmente? Quanto mi costa recuperarlo dal cliente? Come posso convincerlo che un componente rigenerato è affidabile quanto uno nuovo? Trattare il PaaS come un semplice cambio di listino prezzi significa condannare l’iniziativa al fallimento. Il successo risiede nell’abbracciare una logica rigenerativa, dove il profitto non deriva più dal volume di vendite, ma dalla capacità di estendere la vita del prodotto e di recuperarne il valore residuo a ogni ciclo.

Ma se la chiave non è l’abbonamento, bensì la riprogettazione operativa? Questo articolo non parlerà di “cambio di mentalità”, ma fornirà una mappa operativa per gli imprenditori pronti ad agire. Analizzeremo le leve concrete – dal design alla logistica inversa, dalla gestione dei materiali alla simbiosi industriale – che trasformano il PaaS da un’idea di marketing a un motore di profitto resiliente e circolare. Vedremo come ogni fase del ciclo di vita del prodotto diventi un’opportunità per creare, e non distruggere, valore economico.

Per navigare questa trasformazione complessa, abbiamo strutturato l’articolo in tappe logiche. Ogni sezione affronta una sfida operativa chiave del modello PaaS, offrendo dati, esempi concreti e strategie pratiche per trasformare gli ostacoli in vantaggi competitivi.

Viti o colla: come progettare prodotti facili da smontare e recuperare a fine vita?

Il punto di partenza economico di qualsiasi modello Product-as-a-Service non è il marketing, ma il tavolo da disegno dell’ingegnere. Un prodotto sigillato con colle e resine è una condanna finanziaria in un’economia circolare. Il suo valore a fine servizio è quasi nullo, perché il costo per smontarlo e recuperarne i componenti supera i benefici. Al contrario, un prodotto progettato per il disassemblaggio (Design for Disassembly – DfD) è un asset strategico. L’uso di viti, incastri e componenti modulari trasforma il fine vita da un costo di smaltimento a un’opportunità di recupero di valore.

L’approccio DfD si basa su alcuni principi cardine:

  • Modularità: Progettare il prodotto in blocchi funzionali indipendenti. Se un modulo si guasta, si sostituisce solo quello, non l’intero prodotto.
  • Standardizzazione: Usare componenti (viti, connettori, supporti) standardizzati. Questo semplifica la manutenzione, il reperimento di ricambi e il processo di smontaggio automatizzato.
  • Materiali intelligenti: Scegliere materiali non solo per le loro performance, ma anche per la loro facilità di separazione e riciclo. L’etichettatura chiara di ogni componente plastico, ad esempio, è fondamentale.
  • Connessioni reversibili: Privilegiare viti e agganci meccanici a saldature e adesivi permanenti. Questo riduce drasticamente i tempi e i costi di smontaggio.

Questa logica non è astratta, ma un campo di innovazione attiva per le grandi aziende. Per visualizzare come un design modulare faciliti il recupero, osserviamo l’immagine seguente.

Componenti modulari industriali progettati per il disassemblaggio

Come l’immagine suggerisce, le connessioni pulite e accessibili sono il cuore del DfD. Questa filosofia è stata esplorata attivamente anche nel contesto italiano.

Studio di caso: ABB e il Workshop sul Design for Disassembly al Politecnico di Milano

ABB ha collaborato con il Politecnico di Milano nel workshop “(Re) Design for Disassembly”. Agli studenti è stato chiesto di ripensare un accessorio meccanico degli interruttori ABB per facilitarne lo smontaggio a fine vita. In un tempo molto breve, i team sono riusciti a presentare soluzioni innovative, dimostrando come un approccio DfD possa generare risultati concreti e applicabili, trasformando un prodotto esistente in un sistema pronto per l’economia circolare.

Quanto costa recuperare i prodotti usati dai clienti per rigenerarli?

Una volta progettato un prodotto smontabile, la sfida successiva è fisica e logistica: come riportarlo in azienda in modo efficiente ed economico? La logistica inversa (o reverse logistics) è la spina dorsale operativa del PaaS, ma è anche una delle voci di costo più insidiose. Ignorarla significa vedere i margini erosi da resi disorganizzati, trasporti inefficienti e magazzini pieni di prodotti di cui non si conosce il reale stato.

Il punto critico, che molti sottovalutano, è che la logistica inversa non è semplicemente la logistica di andata al contrario. Presenta complessità uniche: i volumi sono imprevedibili, i punti di raccolta sono frammentati (i clienti finali) e lo stato del prodotto restituito è variabile. I dati del settore sono chiari: secondo diverse analisi, un costo per gestire un reso può essere da 1,5 a 2 volte superiore a quello della consegna iniziale. Questo differenziale di costo può distruggere la profittabilità del modello PaaS se non gestito con una strategia precisa.

Tuttavia, esistono leve potenti per ottimizzare questo processo. L’intelligenza artificiale, ad esempio, sta rivoluzionando la pianificazione della logistica inversa. Gli algoritmi predittivi possono stimare i volumi di rientro basandosi su stagionalità, promozioni e storico dei clienti, permettendo di ottimizzare i ritiri e ridurre i costi di trasporto. Le aziende che adottano queste soluzioni registrano una riduzione dei costi operativi fino al 15% e un incremento dell’efficienza del 20%.

La tabella seguente, basata su un’analisi di settore, sintetizza i benefici derivanti da un sistema di logistica inversa ben strutturato, dimostrando come un “costo” possa trasformarsi in un vantaggio competitivo.

Benefici economici e ambientali della logistica inversa
Indicatore Beneficio
Riduzione emissioni CO2 -20%
Miglioramento efficienza operativa Fino al 30%
Risparmio su materie prime Significativa riduzione della dipendenza

Nuovo vs Ricondizionato: come convincere il cliente che “usato” non vuol dire “inferiore”?

Il modello PaaS si regge sulla capacità di rimettere in circolo prodotti o componenti rigenerati. Ma qui sorge l’ostacolo più grande: la percezione del cliente. Per decenni, il mercato ci ha insegnato che “nuovo” è sinonimo di qualità e affidabilità, mentre “usato” o “ricondizionato” evoca immagini di prodotti di seconda scelta, difettosi o obsoleti. Superare questa barriera psicologica è fondamentale per la sostenibilità economica del servizio.

Molti imprenditori temono che proporre un’alternativa ricondizionata possa danneggiare l’immagine del brand. La realtà, supportata dai dati, è sorprendentemente diversa e rivela un cambiamento culturale già in atto. Una recente ricerca ha evidenziato che oltre il 70% degli italiani preferisce acquistare prodotti ricondizionati rispetto a dispositivi nuovi, spinti da un mix di convenienza economica e crescente sensibilità ambientale. Questo dato sfata il mito di un consumatore ostile all’usato e apre un’enorme opportunità.

La chiave per capitalizzare su questa tendenza non è nascondere la natura “ricondizionata” del prodotto, ma comunicarla con trasparenza e trasformarla in un punto di forza. Per farlo, servono tre pilastri:

  1. Certificazione e Garanzia: Il prodotto rigenerato non deve essere venduto “visto e piaciuto”. Deve superare un rigoroso processo di testing, essere certificato come “pari al nuovo” nelle performance e, soprattutto, essere coperto dalla stessa garanzia del prodotto nuovo. Questo è il segnale più forte per abbattere la diffidenza del cliente.
  2. Trasparenza del Processo: Comunicare chiaramente quali componenti sono stati sostituiti, quali test sono stati eseguiti e qual è l’impatto ambientale positivo della scelta. Raccontare la storia della rigenerazione trasforma un acquisto funzionale in una scelta consapevole.
  3. Segmentazione dell’Offerta: Creare una chiara distinzione di prezzo tra il servizio basato su un prodotto nuovo e quello basato su un prodotto ricondizionato. Questo permette al cliente di scegliere in base alle proprie priorità (prezzo vs. ultima novità), posizionando il ricondizionato come una scelta “intelligente” e non “povera”.

L’errore di trattare il reso come “rifiuto” bloccandosi nella burocrazia ambientale

Nel modello di business lineare, un prodotto restituito o a fine vita è spesso visto come un problema, un costo, quasi un “rifiuto”. Questa mentalità è un veleno per il Product-as-a-Service. Considerare un componente elettronico o meccanico reso come rifiuto significa attivare una complessa e costosa trafila burocratica legata alla normativa ambientale, bloccando di fatto la possibilità di recuperarne valore. Il cambio di paradigma fondamentale è vedere ogni reso non come un rifiuto, ma come un asset strategico temporaneamente fuori uso.

Questo approccio proattivo permette di bypassare la logica dello smaltimento per entrare in quella della rigenerazione. L’obiettivo non è “buttare via correttamente”, ma “riportare a ore zero” il componente. Aziende specializzate in questo settore hanno costruito interi modelli di business su questo principio.

Studio di caso: E-Repair e il progetto EASY REGENERATION

Il progetto EASY REGENERATION di E-Repair incarna perfettamente questa filosofia. Il servizio si occupa di ripristinare prodotti elettronici industriali, riportandoli a una condizione funzionale pari al nuovo (“ore zero”). Il processo include la sostituzione delle parti soggette a usura (come condensatori o ventole), test approfonditi delle funzionalità, pulizia e ripristino estetico. In questo modo, un drive o un pannello operatore che altrimenti sarebbe diventato un rifiuto elettronico speciale (RAEE) viene reimmesso nel mercato come un prodotto pienamente funzionante, con garanzia.

Per adottare questa visione, è cruciale integrare la misurabilità della circolarità fin dalla fase di progettazione. Come sottolineano gli esperti del settore, non si può migliorare ciò che non si misura.

Per progettare processi di de-costruzione ottimali che permettano il recupero della maggior parte dei materiali, il fabbricante deve introdurre criteri di misurazione della circolarità attuale come punto di partenza per approntare azioni volte al miglioramento del suo ‘punteggio di circolarità’. Approcciarsi in chiave circolare al processo complessivo di progettazione di un prodotto significa quindi introdurre l’analisi del Life Cycle Assessment (LCA) che attesta l’impatto sull’ambiente del prodotto lungo l’intero suo ciclo di vita, anche in termini di CO2 emessa.

– Free Edit, Documentazione tecnica e consulenza Marcatura CE

Simbiosi industriale: come trasformare il tuo scarto nella materia prima del vicino?

Anche nel più efficiente dei processi di rigenerazione, ci saranno sempre dei componenti o materiali che non possono essere riutilizzati internamente. Nella logica lineare, questi diventano scarti di produzione, un costo puro. Nell’economia circolare, invece, si attiva il principio della simbiosi industriale: lo scarto di un’azienda diventa la materia prima per un’altra. Questo non è un concetto utopico, ma un modello di business pragmatico che crea efficienza economica e riduce l’impatto ambientale.

La simbiosi industriale crea un ecosistema in cui le aziende, anche di settori diversi, collaborano per valorizzare i rispettivi flussi di risorse. Uno sfrido di lavorazione tessile può diventare imbottitura per un’altra azienda; i cascami di plastica di un’industria possono essere la materia prima seconda per un produttore di componenti stampati. Per facilitare questi scambi, sono nate piattaforme digitali che agiscono come veri e propri marketplace per gli “scarti”.

Questo ecosistema virtuoso, dove i materiali fluiscono da un’industria all’altra, è il cuore della vera circolarità su larga scala, come suggerisce l’immagine.

Ecosistema circolare di scambio materiali tra industrie

In Italia, esistono già diverse iniziative che promuovono attivamente la simbiosi industriale, dimostrando la fattibilità e i vantaggi di questo approccio. L’ENEA, ad esempio, ha lanciato una piattaforma nazionale per mettere in contatto le imprese e facilitare lo scambio di risorse. I dati mostrano un’adozione significativa: secondo le rilevazioni, Più di 150 imprese hanno accesso alla piattaforma Symbiosis, dove sono state messe in condivisione oltre 2.500 risorse tra materiali, energia e servizi.

Studio di caso: Sfridoo Marketplace per la valorizzazione degli scarti

Sfridoo Marketplace è un software che permette alle imprese di incontrarsi per comprare e vendere scarti di produzione, sottoprodotti e avanzi di magazzino. La piattaforma semplifica il processo: un’azienda si iscrive, inserisce gratuitamente gli scarti che vuole valorizzare e riceve offerte di acquisto da altre imprese del network. Questo non solo genera un ricavo da materiali altrimenti destinati allo smaltimento, ma crea anche relazioni di simbiosi stabili, riducendo la dipendenza da materie prime vergini per l’intera filiera.

Perché la plastica riciclata a volte costa più della vergine e come proteggersi?

Una delle sfide più controintuitive dell’economia circolare riguarda il costo dei materiali. Un imprenditore potrebbe aspettarsi che la plastica riciclata, derivando da “rifiuti”, costi meno della plastica vergine, prodotta dal petrolio. Spesso, però, accade il contrario. Il processo di raccolta, selezione, pulizia e rilavorazione della plastica post-consumo è complesso e costoso, e la sua quotazione può essere volatile e, in certi periodi, superiore a quella della materia prima vergine.

Questa volatilità dei prezzi rappresenta un rischio significativo per le aziende che si impegnano a usare materiali riciclati. Come si può costruire un modello di business circolare se la materia prima “sostenibile” è economicamente svantaggiosa? La risposta non è abbandonare il riciclato, ma adottare strategie per mitigarne l’incertezza economica. La tabella seguente illustra alcuni approcci pratici.

Strategie per gestire la volatilità dei prezzi delle plastiche riciclate
Strategia Vantaggi Implementazione
Contratti a lungo termine (LTA) Stabilità dei prezzi, prevedibilità dei costi Accordi pluriennali con riciclatori
Progettazione per riciclabilità economica Riduzione costi di riciclo Monomateriali, colori chiari, etichette rimovibili
Integrazione verticale leggera Controllo diretto sui costi Investimento consortile in impianti di selezione

La leva più potente, tuttavia, rimane l’eco-design. Progettare un prodotto pensando non solo al suo utilizzo, ma anche a come verrà riciclato, può abbattere drasticamente i costi del processo. Un esempio emblematico in Italia è il progetto Econyl di Aquafil, che ha trasformato un rifiuto complesso come le reti da pesca in un filato di nylon rigenerato di alta qualità.

Studio di caso: Il giubbino circolare di Napapijri con nylon Econyl

Napapijri ha creato un giubbino interamente progettato per essere riciclato. Tutte le sue componenti, dal tessuto all’imbottitura fino alle cerniere, sono realizzate in Nylon 6 (usando il filato Econyl). Questa scelta di mono-matericità elimina il problema della separazione dei materiali a fine vita, rendendo il riciclo estremamente efficiente ed economico. Il modello di business prevede che il cliente possa restituire il capo usato dopo alcuni anni per ottenerne uno nuovo, creando un ciclo di rigenerazione potenzialmente infinito e svincolandosi dalle fluttuazioni di mercato.

Produrre internamente o terziarizzare: come decidere basandosi sui numeri reali?

Quando un’azienda decide di implementare un modello PaaS e gestire la rigenerazione dei propri prodotti, si trova di fronte a un bivio strategico: sviluppare le competenze e le infrastrutture internamente (Make) o affidarsi a un partner specializzato esterno (Buy)? La decisione non è banale e non ha una risposta unica. Dipende dalla natura del business, dalle risorse disponibili e dagli obiettivi strategici. Scegliere l’opzione sbagliata può portare a investimenti insostenibili o alla perdita di controllo su un’attività chiave.

Per prendere una decisione basata sui dati e non sull’istinto, è necessario analizzare la propria catena del valore. Le attività di rigenerazione sono “core”, cioè centrali per il vostro vantaggio competitivo, o “context”, cioè necessarie ma non differenzianti? Se la vostra eccellenza risiede nella capacità unica di riparare un componente specifico, l’internalizzazione è probabilmente la scelta giusta. Se invece il processo è standardizzabile, un partner esterno potrebbe essere più efficiente. Istituzioni finanziarie come Intesa Sanpaolo incoraggiano attivamente questa riflessione strategica.

Crea programmi di ‘logistica inversa’ per recuperare i tuoi prodotti dal mercato, rigenerarli e reimmetterli in commercio

– Intesa Sanpaolo, Plafond Economia Circolare

Per guidare questa scelta cruciale, ecco un framework decisionale pratico da applicare alla propria realtà aziendale.

Vostro piano d’azione: Framework decisionale Make or Buy per la rigenerazione

  1. Valutare se l’attività è Core o Context: Identificate se la capacità di rigenerare è un vantaggio competitivo unico che vi differenzia dai concorrenti (Core) o una funzione necessaria ma non distintiva (Context). Se è Core, considerate l’internalizzazione. Se è Context, la terziarizzazione è spesso preferibile.
  2. Analizzare la catena del valore del reso: Suddividete il processo di rigenerazione in singole attività (ritiro, ispezione, smontaggio, pulizia, riparazione, assemblaggio, testing). Terziarizzate le attività a bassa specializzazione e mantenete il controllo su quelle ad alto valore aggiunto.
  3. Confrontare CAPEX vs OPEX: Calcolate l’investimento iniziale (CAPEX) per creare un reparto di rigenerazione interno (macchinari, personale, spazio) e confrontatelo con i costi operativi ricorrenti (OPEX) di un servizio esterno. Nelle fasi iniziali, un OPEX variabile è spesso meno rischioso di un alto CAPEX fisso.
  4. Valutare la capacità del partner di generare dati: Un buon partner non si limita a riparare. Deve fornire dati preziosi sui tassi di guasto, le cause di rottura e la qualità dei resi. Questi dati sono oro per migliorare la progettazione dei futuri prodotti. Se il partner non può fornirli, l’internalizzazione potrebbe essere l’unica via per ottenerli.
  5. Considerare la “Valle della Morte Finanziaria”: L’avvio di un’attività di rigenerazione richiede tempo per raggiungere la massa critica e la redditività. La terziarizzazione può essere una strategia ponte per superare questa fase iniziale senza prosciugare la liquidità aziendale.

Punti chiave da ricordare

  • La redditività del PaaS non è nel canone, ma nel recupero di valore dal prodotto fisico.
  • Il Design for Disassembly è un requisito economico, non un’opzione ecologica.
  • La logistica inversa deve essere gestita come un centro di profitto, non come un costo operativo.

Rigenerare componenti meccanici: come recuperare il 60% del valore invece di rottamare?

Arriviamo al cuore pulsante del modello rigenerativo: il processo di rigenerazione stesso. Rottamare un componente meccanico complesso, come un motore, una pompa o un riduttore, significa distruggere quasi tutto il suo valore intrinseco. L’acciaio o l’alluminio recuperati dalla fusione hanno un valore irrisorio rispetto a quello del componente funzionante. La rigenerazione, invece, mira a recuperare fino al 60-80% del valore originale, sostituendo solo le parti soggette a usura (cuscinetti, guarnizioni, boccole) e ripristinando le performance del componente “as good as new”.

Questo processo non solo è economicamente vantaggioso, ma apre anche a nuovi flussi di ricavo. Un’azienda può offrire ai propri clienti un servizio di “advanced exchange”, dove fornisce immediatamente un componente rigenerato in sostituzione di quello guasto, minimizzando i fermi macchina e fidelizzando il cliente con un servizio di altissimo livello. Il potenziale di mercato per questi flussi di materiali e componenti è enorme. Piattaforme globali di circolarità tracciano volumi impressionanti, con dati che parlano di 967.276 mila flussi di materiali registrati tra oltre 20.000 aziende, a testimonianza di un’economia parallela in piena espansione.

Anche in settori tradizionali come la lavorazione della gomma, la rigenerazione sta diventando una leva strategica per la competitività e la sostenibilità.

Studio di caso: Il Gruppo Oldrati e il progetto OGREEN per la gomma rigenerata

Il Gruppo Oldrati, specializzato in articoli in gomma, ha lanciato il progetto OGREEN per produrre gomma rigenerata utilizzando sia gli scarti di lavorazione interni sia il recupero di componenti in gomma da prodotti a fine vita. Il progetto sta ora entrando nella fase di utilizzo industriale di questa gomma rigenerata. Il successo dell’iniziativa, come sottolinea l’azienda, dipenderà dalla creazione di un sistema di Economia Circolare a livello di filiera, coinvolgendo attivamente anche i clienti e i produttori delle applicazioni finali per garantire il flusso di ritorno dei materiali.

Implementare un modello Product-as-a-Service è un percorso di trasformazione che va ben oltre la facciata del marketing. Richiede un ripensamento profondo di come il valore viene creato, gestito e, soprattutto, recuperato. Per gli imprenditori pronti a guardare oltre la logica del volume, questa non è solo una strategia di sostenibilità, ma la via maestra per costruire un business più resiliente, competitivo e profittevole nel lungo termine. Valutate oggi stesso come questi principi possano essere applicati al vostro modello di business per sbloccare nuovo valore.

Domande frequenti su Vendere il servizio invece del prodotto: come il “Product-as-a-Service” cambia il fatturato

Quali sono i vantaggi del Product as a Service (PaaS)?

I vantaggi principali del PaaS includono la creazione di flussi di ricavi ricorrenti e prevedibili, una relazione più profonda e duratura con il cliente, e una maggiore resilienza del business. A livello operativo, incentiva la progettazione di prodotti più durevoli e facili da manutenere, riducendo i costi a lungo termine e l’impatto ambientale attraverso la rigenerazione e il riutilizzo.

Come funziona il modello as a service?

Il modello “as a service” sposta il focus dalla vendita di un prodotto fisico alla fornitura di un risultato o di una performance. Il cliente non acquista l’oggetto, ma paga un canone (mensile, annuale, o basato sull’uso) per accedere alla sua funzionalità. L’azienda produttrice mantiene la proprietà del bene e si fa carico della manutenzione, riparazione e sostituzione, garantendo al cliente un servizio efficiente e senza interruzioni.

Che cosa si intende per economia rigenerativa?

L’economia rigenerativa è un’evoluzione dell’economia circolare. Il suo obiettivo non è solo “ridurre i danni” (come il riciclo), ma progettare attivamente sistemi (aziendali, industriali, naturali) che ripristinano, rinnovano e rivitalizzano le proprie fonti di valore. In un contesto di business, significa creare modelli in cui l’attività economica migliora attivamente lo stato delle risorse che utilizza, invece di esaurirle.

Quali sono esempi di economia circolare in Italia?

L’Italia vanta numerosi esempi di successo nell’economia circolare. Tra questi, Aquafil con il suo nylon rigenerato ECONYL usato da brand di moda come Napapijri; E-Repair, che rigenera componenti elettronici industriali “riportandoli a ore zero”; e piattaforme come Sfridoo, che facilitano la simbiosi industriale permettendo alle aziende di vendere i propri scarti come materie prime per altre imprese.

Scritto da Roberto Gallo, HSE Manager e Energy Manager certificato EGE. Specialista in Sicurezza sul Lavoro (D.Lgs 81/08), Sostenibilità ESG e Efficienza Energetica industriale.