Pubblicato il Marzo 15, 2024

L’ingegnere gestionale non è un teorico dei costi, ma l’architetto strategico che trasforma il caos della crescita della tua PMI in un vantaggio competitivo misurabile e sostenibile.

  • Converte le complessità tecniche in decisioni di business profittevoli, parlando sia il linguaggio della produzione che quello del consiglio di amministrazione.
  • Identifica e corregge le distorsioni nei costi che portano a preventivi errati, rivelando dove si nascondono i veri margini.

Raccomandazione: Smetti di considerare questa figura un costo operativo e inizia a valutarla come l’investimento chiave per la scalabilità e la sopravvivenza della tua azienda.

La tua PMI familiare sta crescendo. Gli ordini aumentano, la squadra si allarga, ma parallelamente senti crescere una sensazione di caos. Le emergenze quotidiane soffocano la visione strategica, i margini sembrano erodersi senza un perché e le decisioni vengono prese più per istinto che sulla base di dati solidi. Questa è la trappola della crescita: il successo operativo genera una complessità che l’organizzazione, pensata per una scala più piccola, non riesce più a gestire. Molti imprenditori reagiscono assumendo più personale operativo o lavorando più ore, sperando di domare la bestia con la forza bruta.

La soluzione comune è pensare in termini di “ottimizzazione” generica, un concetto che rimane spesso astratto. Si parla di tagliare costi, di aumentare l’efficienza, ma raramente si agisce sulla radice del problema. E se la vera criticità non fosse la mancanza di impegno o di risorse, ma l’assenza di un “sistema nervoso aziendale” robusto, capace di trasmettere le informazioni corrette, al momento giusto, per prendere decisioni intelligenti? Se la chiave non fosse fare di più, ma fare meglio, con una struttura pensata per scalare?

Questo è il punto di rottura in cui l’ingegnere gestionale smette di essere una figura accademica e diventa un asset decisivo. Il suo ruolo va oltre la semplice ottimizzazione: è quello di essere l’architetto di questo sistema nervoso. Non si limita a tagliare gli sprechi, ma progetta i processi, implementa i sistemi di misurazione e fornisce i dati che trasformano l’intuizione imprenditoriale in una strategia consapevole e profittevole. Questo articolo non ti parlerà di teorie astratte, ma ti mostrerà, attraverso percorsi di carriera, errori comuni e strumenti concreti, perché l’ingegnere gestionale è l’investimento che permette a una PMI di non diventare vittima del proprio successo.

Per chi preferisce un approfondimento diretto da parte di esperti del settore, questo video tratto dal Congresso Nazionale degli Ordini degli Ingegneri d’Italia offre spunti preziosi sul ruolo strategico dell’ingegneria nel contesto aziendale moderno.

In questo articolo, esploreremo le sfaccettature di questo ruolo cruciale. Analizzeremo le competenze che fanno la differenza, i percorsi di carriera più efficaci, gli errori da evitare e, soprattutto, come le sue azioni si traducono in un aumento tangibile della competitività e della redditività per la tua impresa.

Soft skills vs Hard skills: cosa rende un ingegnere gestionale un futuro dirigente?

L’università fornisce a un ingegnere gestionale un arsenale di hard skills formidabili: analisi dei dati, ottimizzazione dei processi, calcolo dei costi, pianificazione della produzione. Questi sono gli strumenti di base. Ma ciò che trasforma un tecnico competente in un futuro dirigente d’azienda, specialmente in una PMI familiare, è un set raffinato di soft skills. Non si tratta di generiche “buone doti relazionali”, ma di competenze specifiche che fungono da ponte tra mondi diversi.

La più importante è quello che potremmo definire “bilinguismo aziendale”. È la capacità di ascoltare un capo officina che descrive un problema tecnico e tradurlo in un impatto economico (costi, ritardi, rischi) per l’imprenditore, e viceversa. Senza questa traduzione, le decisioni rimangono scollegate: il tecnico non capisce le priorità del business e l’imprenditore non percepisce l’urgenza di un problema apparentemente operativo. Questa abilità è il vero motore del valore, perché allinea l’intera azienda verso obiettivi condivisi.

A questo si aggiunge l’intelligenza emotiva contestuale, ovvero la capacità di decodificare le dinamiche di potere informali, le relazioni e le resistenze al cambiamento tipiche di un’azienda familiare. Proporre una soluzione tecnicamente perfetta ma invisa a una figura storica dell’azienda è una ricetta per il fallimento. Il gestionale-dirigente sa navigare queste acque, costruendo consenso e dimostrando il valore della sua proposta non solo con i numeri, ma anche con l’empatia. Queste competenze sono la vera chiave per passare dall’essere un esecutore a un leader strategico.

  • Sviluppare il ‘bilinguismo aziendale’: tradurre concetti tecnici in termini economici per il CEO e viceversa.
  • Padroneggiare l’intelligenza emotiva contestuale: decodificare le dinamiche di potere informali nelle PMI familiari.
  • Costruire business case persuasivi: convincere titolari scettici con dati e ROI tangibili.

Consulenza o Azienda: dove impara di più un ingegnere gestionale nei primi 3 anni?

All’inizio della carriera, un ingegnere gestionale si trova spesso davanti a un bivio: entrare in una società di consulenza strategica o immergersi nella realtà operativa di un’azienda produttiva? Entrambi i percorsi offrono un apprendimento accelerato, ma formano professionisti con DNA molto diverso. La consulenza è una palestra eccezionale per sviluppare capacità analitiche, problem solving e visione d’insieme. In tre anni, un consulente junior vede decine di aziende, settori e problemi, imparando a diagnosticare rapidamente le criticità e a strutturare soluzioni complesse su PowerPoint.

Tuttavia, per le esigenze di una PMI, il percorso in azienda è spesso più formativo sul lungo termine. Lavorare “sul campo” costringe a confrontarsi con la risorsa più scarsa e preziosa: la realtà. Un gestionale in azienda non si limita a disegnare un processo ideale; deve farlo funzionare con le persone che ha, con il budget che gli viene assegnato e con i limiti tecnologici esistenti. Questa è quella che viene chiamata intelligenza operativa.

Questo percorso sviluppa competenze di “intrapreneurship” fondamentali. Gestire un budget reale, negoziare con i fornitori, convincere gli operatori a cambiare un metodo di lavoro consolidato e, soprattutto, prendersi la responsabilità diretta del successo o del fallimento di un’implementazione sono esperienze che un consulente junior raramente vive. Questa concretezza è oro colato per un imprenditore di una PMI, che non ha bisogno di una strategia a 30.000 piedi, ma di soluzioni pragmatiche che portino risultati domani mattina, con le risorse di oggi.

Ingegnere gestionale in ambiente di produzione che applica metodologie lean direttamente sul campo

Come dimostra questa immagine, il vero apprendimento avviene quando la teoria incontra la pratica, direttamente sulla linea di produzione. L’esperienza diretta permette di capire i vincoli reali e di sviluppare soluzioni che non siano solo corrette, ma anche realizzabili.

Project Manager o Operations Manager: quale percorso scegliere dopo 5 anni?

Dopo circa cinque anni di esperienza, l’ingegnere gestionale ha consolidato le sue basi e si trova di fronte a una seconda specializzazione: orientarsi verso il Project Management o verso l’Operations Management? Sebbene in una PMI i ruoli siano spesso fluidi, la direzione strategica è nettamente diversa. Il Project Manager è il motore del cambiamento: gestisce progetti temporanei con un inizio, una fine e obiettivi definiti. È la figura che guida l’introduzione di un nuovo prodotto, l’implementazione di un software ERP o l’apertura di un nuovo stabilimento. Il suo focus è sull’innovazione e l’espansione.

L’Operations Manager, d’altra parte, è il custode della stabilità e dell’efficienza. Il suo focus non è sul cambiamento una tantum, ma sul miglioramento continuo dei processi quotidiani. Si occupa di standardizzazione, ottimizzazione dei flussi, gestione delle risorse stabili e garanzia della qualità. È la figura che consolida i risultati, riduce i costi operativi e assicura che la “macchina” aziendale giri senza intoppi e in modo prevedibile. La sua abilità sta nel rendere l’eccellenza un’abitudine.

Come sottolinea l’esperto Giordano Zappa, membro dell’Ordine degli Ingegneri, la realtà delle PMI richiede una figura versatile:

In una struttura snella, il gestionale deve essere un ibrido che gestisce l’operatività quotidiana mentre guida i progetti di miglioramento strategico.

– Giordano Zappa, Corso Base di Project Management – Ordine Ingegneri Parma

La scelta dipende dalla fase di vita della PMI. Un’azienda in forte crescita (es. >50 dipendenti) ha un bisogno disperato di un Project Manager per strutturare l’espansione. Un’azienda che deve consolidare la sua posizione (es. 25-50 dipendenti) trae maggior beneficio da un Operations Manager che renda i processi robusti e profittevoli. Il gestionale ideale per una PMI sa indossare entrambi i cappelli.

Il seguente quadro sinottico, basato sulle analisi dei percorsi di management, chiarisce le differenze fondamentali tra i due ruoli.

Confronto tra i percorsi Project Manager vs Operations Manager
Aspetto Project Manager Operations Manager
Focus principale Progetti temporanei con obiettivi definiti Processi continuativi e ottimizzazione
Competenze chiave Pianificazione, risk management, leadership team temporanei Standardizzazione, efficienza, gestione risorse stabili
Evoluzione in PMI Guida l’innovazione e l’espansione Stabilizza e consolida l’esistente
Momento ideale PMI Fase di crescita (>50 dipendenti) Fase di consolidamento (25-50 dipendenti)

L’errore di arroganza teorica che fa fallire l’ingegnere gestionale in officina

L’errore più grande e comune che un giovane ingegnere gestionale può commettere entrando in una PMI è l’arroganza teorica. Armato di modelli matematici e diagrammi di flusso perfetti, arriva con la pretesa di insegnare a persone che lavorano in quel modo da vent’anni come fare il loro mestiere. Questo approccio è destinato a scontrarsi con un muro di resistenza passiva e a fallire miseramente. L’officina non è un laboratorio: è un sistema complesso di competenze tacite, relazioni umane e abitudini consolidate. Ignorarlo è un suicidio professionale.

Questo atteggiamento porta spesso l’ingegnere a rimanere intrappolato nella “sindrome del pompiere”. Invece di lavorare su progetti strategici di miglioramento, finisce per essere risucchiato dalle emergenze quotidiane. In effetti, una ricerca evidenzia come nelle PMI non strutturate il 90% del tempo dei manager sia dedicato a risolvere problemi urgenti, anziché a costruire soluzioni a lungo termine. L’ingegnere, non riuscendo a implementare i suoi grandi piani, si ritrova a tappare falle, perdendo credibilità e frustrando le sue stesse ambizioni.

Il successo in una PMI non deriva dalla perfezione teorica, ma dalla capacità di ottenere risultati concreti con risorse limitate. È quello che si può definire l’arte di “fare le nozze con i fichi secchi”.

Studio di caso: Il valore del pragmatismo

Le PMI non cercano accademici, ma professionisti capaci di affrontare le sfide con risorse limitate. L’errore più comune dei neolaureati è proporre soluzioni ad alto costo o che richiedono mesi di implementazione, senza considerare i vincoli reali di budget, tempo e personale. Il successo deriva invece dalla capacità di implementare miglioramenti pragmatici, a basso costo e ad alto impatto. Un esempio? Invece di proporre un sistema MES da 100.000€, iniziare con un semplice tabellone Kanban e dei fogli di calcolo condivisi per visualizzare i colli di bottiglia. Il costo è quasi nullo, l’implementazione è immediata e i risultati sono visibili in poche settimane, costruendo la fiducia necessaria per investimenti futuri più grandi.

L’ingegnere gestionale che ha successo è quello che si mette in ascolto, che passa le prime settimane a osservare e a fare domande, non a dare risposte. È colui che rispetta l’esperienza degli operatori e li coinvolge nella ricerca della soluzione, trasformandoli da ostacoli in alleati. Solo così la teoria può diventare pratica e il cambiamento può essere accettato e sostenuto.

PMP, Lean o APICS: quale certificazione aumenta subito la RAL dell’ingegnere?

Quando si parla di carriera e retribuzione, le certificazioni professionali possono agire da vero e proprio acceleratore. Tuttavia, non tutte hanno lo stesso valore o la stessa applicabilità nel contesto di una PMI. Per un imprenditore, la domanda non è “quante certificazioni ha?”, ma “quale problema mi risolve?”. La scelta della certificazione giusta deve essere guidata dalle sfide specifiche che l’azienda sta affrontando. Un ingegnere gestionale strategico sceglie il percorso formativo che porta il ROI più rapido e tangibile per l’impresa.

Ad esempio, la certificazione PMP (Project Management Professional) è estremamente preziosa, ma spesso percepita come troppo strutturata per la flessibilità di una PMI. Il suo vero valore emerge quando l’azienda deve gestire progetti complessi con budget e scadenze stringenti, come l’implementazione di un nuovo ERP o la costruzione di un nuovo capannone. In questi contesti, la metodologia PMP garantisce rigore e controllo, e non a caso è tra quelle con il maggior impatto sulla retribuzione: per i project manager con certificazione PMP, che secondo il PMI Salary Survey 2023 vedono un aumento salariale medio del 33%.

Professionista che studia per certificazioni di project management con materiali formativi

Le certificazioni Lean o Six Sigma (Green/Black Belt) sono invece perfette per le PMI con evidenti problemi di sprechi, inefficienze produttive e bassa qualità. Il loro focus è l’ottimizzazione “sul campo” e offrono un ritorno sull’investimento visibile in 6-12 mesi attraverso la riduzione dei costi e l’aumento della produttività. Infine, le certificazioni APICS (es. CSCP) diventano essenziali quando la PMI inizia a scalare seriamente la propria supply chain, magari approcciando mercati internazionali. Gestire fornitori e logistica su scala globale richiede competenze specifiche che APICS fornisce.

  • Lean/Six Sigma: Ideale per PMI con problemi di sprechi e inefficienza produttiva, con un ROI atteso in 6-12 mesi.
  • APICS CSCP: Essenziale per scalare la supply chain e gestire l’internazionalizzazione, critica oltre i 100M€ di fatturato.
  • PMP: Fondamentale per gestire progetti di crescita complessi come un nuovo stabilimento o l’implementazione di un ERP.
  • Competenza ‘invisibile’ più preziosa: L’esperienza comprovata nell’implementazione di un sistema ERP partendo da zero, un vero banco di prova per ogni gestionale.

Perché le aziende che ignorano l’ingegneria di processo perdono competitività in 3 anni?

Molte PMI familiari crescono grazie all’intuizione dell’imprenditore e a un’eroica etica del lavoro. In una prima fase, questo approccio “artigianale” funziona. Tuttavia, superata una certa soglia di complessità (più clienti, più prodotti, più dipendenti), ignorare l’ingegneria di processo diventa una condanna a una lenta perdita di competitività. Il motivo è semplice: il “costo del caos” inizia a superare i benefici della crescita. Piccoli sprechi, errori ripetuti, ritardi e colli di bottiglia, se non gestiti, si accumulano e agiscono come un’emorragia silenziosa sui margini.

Questo fenomeno è subdolo. Non si tratta di un singolo grande evento, ma di una miriade di micro-inefficienze che, sommate, hanno un impatto devastante. Basti pensare che una gestione non ottimizzata eroda 5-10 punti di margine in soli tre anni. Questo significa che un’azienda con un margine del 15% potrebbe ritrovarsi a lottare per la sopravvivenza con un misero 5%, senza nemmeno capire esattamente dove ha perso quei soldi. L’ingegnere gestionale è la figura che accende la luce su questi sprechi nascosti.

Senza processi ingegnerizzati, la complessità aziendale non aumenta in modo lineare, ma esponenziale. Questo porta a quella che viene chiamata la “trappola della complessità”: oltre soglie critiche, come superare i 50 ordini al giorno o gestire più di 500 codici prodotto, il sistema informale basato sulla memoria delle persone e su fogli Excel collassa. Il risultato? Ritardi sistematici nelle consegne, un aumento degli errori di produzione e, inevitabilmente, clienti insoddisfatti che iniziano a guardarsi intorno. Implementare processi strutturati e sistemi gestionali adeguati non è un lusso, ma una necessità per sopravvivere. Studi dimostrano che l’adozione di tali sistemi può portare a una riduzione del 30% degli errori operativi, liberando risorse e proteggendo la reputazione dell’azienda.

Perché ripartire i costi generali sulle ore manodopera sta falsando i tuoi preventivi?

Uno degli interventi più impattanti e controintuitivi che un ingegnere gestionale può fare in una PMI riguarda il sistema di costing. La maggior parte delle piccole e medie imprese utilizza un metodo tradizionale: i costi generali (affitto, amministrazione, utenze) vengono “spalmati” sui prodotti in base a un unico criterio, solitamente le ore di manodopera diretta. Questo metodo, seppur semplice, è pericolosamente fuorviante e può portare a decisioni commerciali completamente sbagliate.

Il problema è che questo sistema punisce i prodotti semplici e favorisce quelli complessi. Un prodotto che richiede molte ore di lavoro manuale, ma poche altre risorse, si vedrà accollare una quota sproporzionata di costi generali, apparendo molto più costoso (e meno profittevole) di quanto non sia in realtà. Al contrario, un prodotto complesso che magari richiede poche ore di manodopera ma impegna macchinari costosi, setup lunghi o un’intensa attività commerciale, sembrerà artificialmente economico e redditizio. Di conseguenza, l’azienda potrebbe decidere di spingere i prodotti che in realtà le fanno perdere soldi e abbandonare quelli che sono i suoi veri motori di profitto.

L’approccio che l’ingegnere gestionale introduce è l’Activity-Based Costing (ABC). Invece di un unico calderone, l’ABC alloca i costi generali in base alle attività che effettivamente li generano. Il costo del magazzino viene allocato in base allo spazio occupato dai prodotti, il costo dell’ufficio commerciale in base al numero di clienti gestiti, e così via. Questo metodo, sebbene più complesso da implementare, fornisce una visione della profittabilità per prodotto e per cliente drasticamente più accurata. Permette di capire dove si guadagna e dove si perde davvero.

Come mostra una analisi comparativa recente, il passaggio a un sistema di costing più evoluto non è un esercizio accademico, ma uno strumento decisionale potentissimo.

Confronto tra metodo tradizionale e Activity-Based Costing
Aspetto Ripartizione su ore manodopera Activity-Based Costing
Precisione costi Distorce costi prodotti complessi Alloca costi per attività reali
Prodotti semplici Appaiono costosi (falso negativo) Mostrano vera profittabilità
Prodotti complessi Sembrano profittevoli (falso positivo) Rivelano costi nascosti
Decisioni commerciali Spinge verso prodotti sbagliati Orienta verso margini reali

Come evidenziato dalla ricerca TeamSystem, il ruolo del gestionale in questo ambito non è solo tecnico: “L’ingegnere gestionale non si limita a ripartire meglio i costi, ma aiuta a capire quali attività creano valore per il cliente e quali no”. È una rivoluzione strategica che parte dai numeri per arrivare al cuore del modello di business.

Da ricordare

  • Il valore di un ingegnere gestionale in una PMI non risiede tanto nelle hard skills, quanto nella sua capacità di agire da “traduttore” tra tecnica ed economia (soft skills).
  • La vera scuola per un gestionale orientato alle PMI è l’esperienza diretta in azienda, dove impara a ottenere risultati con risorse limitate (intelligenza operativa).
  • Ignorare l’ingegneria di processo porta a un’erosione silenziosa ma costante dei margini, mettendo a rischio la competitività dell’azienda nel giro di pochi anni.

Come mantenere vivi i risultati di un progetto di miglioramento dopo che i consulenti se ne vanno?

C’è una triste verità nel mondo della consulenza e dei progetti di miglioramento: spesso, i benefici svaniscono nel giro di pochi mesi. Una volta che il consulente o il project manager se ne va, le vecchie abitudini riprendono il sopravvento e l’azienda regredisce lentamente allo stato precedente. Questo accade perché il cambiamento non è stato interiorizzato; è stato imposto, non assimilato. Ricerche sul change management dimostrano che oltre il 70% dei miglioramenti si perde entro 12 mesi se non viene implementato un sistema di mantenimento strutturato.

Il ruolo dell’ingegnere gestionale, quando agisce come figura interna, è proprio quello di essere il custode del cambiamento. Il suo obiettivo non è solo eseguire un progetto, ma costruire un sistema che renda il miglioramento continuo un processo autonomo e parte integrante della cultura aziendale. Questo significa ancorare i nuovi processi a meccanismi di controllo e incentivazione che sopravvivano all’entusiasmo iniziale.

Per fare ciò, è necessario creare un’infrastruttura di sostenibilità. Questo include la definizione di Indicatori Chiave di Performance (KPI) chiari e visibili a tutti, che misurino oggettivamente i progressi. A questi KPI devono essere legati audit periodici e, idealmente, un sistema di incentivi per il personale. Se un bonus di produzione è legato al rispetto del nuovo standard, è molto più probabile che quello standard venga mantenuto. Infine, la documentazione attraverso Procedure Operative Standard (SOP) e la formazione continua del personale sono essenziali per trasferire la conoscenza e rendere l’azienda meno dipendente da singole persone.

Piano d’azione: Audit per l’autonomia del miglioramento

  1. Punti di contatto: Mappare tutti i nuovi processi e identificare chi è responsabile per ogni fase, creando una chiara catena di responsabilità.
  2. Collecta: Creare un sistema di monitoraggio con KPI chiari (es. OEE, lead time, tasso di difettosità) e programmare audit periodici per verificare il mantenimento degli standard.
  3. Coerenza: Ancorare i cambiamenti al sistema di incentivi, legando i bonus di performance al raggiungimento dei nuovi KPI di miglioramento.
  4. Memorabilità ed emozione: Nominare un “custode del cambiamento” interno, una figura rispettata che sia responsabile del mantenimento e della formazione continua.
  5. Piano d’integrazione: Documentare i nuovi processi e le best practice in Procedure Operative Standard (SOP) accessibili a tutti e usarle come base per la formazione dei nuovi assunti.

Questo approccio trasforma un intervento una tantum in un’evoluzione culturale, garantendo che l’investimento fatto nel miglioramento continui a generare valore nel tempo.

Valuta oggi come un ingegnere gestionale possa diventare l’architetto della tua crescita futura, trasformando i costi nascosti del caos in un motore di profitto e scalabilità per la tua PMI.

Scritto da Marco Bernardi, Ingegnere Gestionale Senior e Consulente Lean Manufacturing con certificazione Black Belt Six Sigma. Oltre 15 anni di esperienza nell'ottimizzazione dei processi produttivi e nella riduzione degli sprechi in aziende metalmeccaniche.