Pubblicato il Luglio 22, 2024

L’obbligo di diagnosi energetica è spesso visto come un puro costo. In realtà, è lo strumento più potente a tua disposizione per identificare inefficienze nascoste e generare risparmi significativi.

  • La bolletta aggregata maschera i veri colpevoli: solo la misurazione per singola linea rivela dove si annidano gli sprechi.
  • Picchi di potenza, energia reattiva e consumi “fantasma” durante le pause sono costi fissi e variabili che puoi aggredire con tecnologie mirate.

Raccomandazione: La chiave è passare da un approccio reattivo (pagare la bolletta) a uno proattivo: mappare, analizzare e ottimizzare ogni singolo kWh.

In qualità di Energy Manager, conosci bene la pressione costante per ottimizzare i costi e migliorare l’efficienza. La diagnosi energetica, per molti, suona come l’ennesimo adempimento burocratico, un’incombenza da sbrigare per rispettare la normativa. Ogni quattro anni, si produce un documento corposo che, troppo spesso, finisce in un cassetto. L’approccio comune si ferma alla superficie: si analizzano le bollette, si implementano soluzioni generiche come il relamping e si attende il ciclo successivo. Ma questo approccio reattivo lascia sul tavolo decine di migliaia di euro di risparmi potenziali.

E se la vera opportunità non fosse nell’adempiere all’obbligo, ma nell’usarlo come una vera e propria mappa del tesoro? La chiave non è guardare al consumo totale, ma scendere nel dettaglio granulare di ogni linea produttiva, di ogni macchinario, di ogni turno. La bolletta mensile è un resoconto, non uno strumento di analisi. È come guidare guardando solo lo specchietto retrovisore. Il vero potenziale di risparmio, quello che può incidere fino al 15% e oltre sui costi energetici, si nasconde nei dati che la bolletta non mostra: le micro-perdite, i consumi a vuoto, le inefficienze operative.

Questo articolo non è l’ennesimo riassunto della norma. È una guida strategica, pensata da un Esperto in Gestione dell’Energia per un altro professionista. Esploreremo insieme come trasformare la diagnosi da un costo a un investimento strategico. Analizzeremo dove si celano i “consumi fantasma”, come eliminare le penali per l’energia reattiva, come attribuire il costo energetico al singolo pezzo prodotto e come la digitalizzazione può concretamente ridurre gli sprechi, trasformando la tua fabbrica in un sistema efficiente e predittivo.

In questo approfondimento, scopriremo insieme come passare da una gestione passiva dei costi energetici a una strategia proattiva di ottimizzazione. Analizzeremo punto per punto le aree di intervento più efficaci che emergono da una diagnosi energetica condotta con un approccio investigativo.

Perché la bolletta mensile non basta e servono misuratori su ogni linea produttiva?

La bolletta energetica mensile è il punto di partenza per ogni analisi, ma anche il suo limite più grande. Fornisce un dato aggregato, una somma totale che nasconde le dinamiche interne dello stabilimento. È impossibile, basandosi solo su di essa, capire se un picco di consumo è dovuto alla linea A o alla linea B, o se un aumento dei costi è legato a un macchinario inefficiente o a un cambiamento nel ciclo produttivo. Senza una mappatura granulare dei consumi, l’Energy Manager naviga a vista, incapace di individuare con precisione la fonte degli sprechi e, di conseguenza, di intervenire in modo mirato.

Installare sotto-contatori (o misuratori di linea) è il primo passo per trasformare la diagnosi da un esercizio teorico a uno strumento operativo. Questo permette di “aprire il cofano” dello stabilimento e vedere esattamente dove finisce ogni kWh. Si possono così creare dei veri e propri centri di costo energetico, associando i consumi non solo ai reparti, ma anche a specifiche lavorazioni o macchinari. Questa visibilità è fondamentale per identificare le anomalie, confrontare l’efficienza di linee produttive simili e stabilire delle baseline di consumo su cui misurare i futuri interventi di efficientamento.

Il monitoraggio in continuo, inoltre, abilita analisi più sofisticate: permette di correlare i consumi energetici con i volumi di produzione, le condizioni ambientali o i turni di lavoro. Si passa da un dato statico mensile a un flusso di informazioni dinamiche che rendono possibile un’ottimizzazione in tempo reale. Questo approccio non solo svela le inefficienze, ma fornisce i dati necessari per giustificare gli investimenti e misurarne il ritorno economico con precisione. La diagnosi energetica diventa così un processo continuo, non un evento quadriennale.

Il tuo piano d’azione: mappare i consumi in 4 fasi

  1. Suddivisione funzionale: Inizia listando le aree di attività principali, come reparti o lavorazioni specifiche, ciascuna con le proprie linee di utenza.
  2. Identificazione dei servizi ausiliari: Mappa i consumi di centrale termica, aria compressa, sistemi di movimentazione e altri servizi di supporto alla produzione.
  3. Mappatura delle utilities generali: Non dimenticare di monitorare i servizi generali come illuminazione, climatizzazione, utenze degli uffici e della mensa, che spesso nascondono sprechi significativi.
  4. Raccolta e analisi dati: Incrocia i dati provenienti dai contatori generali con quelli dei nuovi misuratori dedicati per ricavare i profili di consumo di ogni singola utenza e identificare le prime anomalie.

Come un buco di 3mm nel tubo dell’aria ti costa 1000 € all’anno di elettricità?

L’aria compressa è una delle utenze più energivore e, al tempo stesso, una delle fonti di spreco più sottovalutate in ambito industriale. Spesso considerata “gratuita” una volta installato l’impianto, in realtà il suo costo è quasi interamente legato all’energia elettrica consumata dai compressori. Le perdite lungo la rete di distribuzione sono il nemico numero uno: un piccolo foro, quasi invisibile e impercettibile a orecchio nudo in un ambiente rumoroso, può causare danni economici enormi e costanti.

Facciamo un calcolo da EGE: un singolo foro di soli 3 millimetri di diametro in un impianto che opera a 7 bar di pressione può causare una perdita di circa 12 litri al secondo. Per compensare questa fuga d’aria continua, un compressore dovrà lavorare di più, consumando circa 2,2 kW extra. Moltiplicando questo consumo per le ore di funzionamento annue di uno stabilimento (ipotizziamo 4.500 ore), otteniamo un consumo aggiuntivo di quasi 10.000 kWh. Con un costo medio dell’energia di 0,10 €/kWh, questo piccolo buco si traduce in una spesa extra di 1.000 € all’anno. Ora, immagina decine di questi micro-fori sparsi per lo stabilimento.

Questo esempio dimostra perché una diagnosi energetica non può limitarsi all’analisi dei dati elettrici. Deve includere un’ispezione fisica e strumentale degli impianti, in particolare quelli dell’aria compressa. L’utilizzo di rilevatori a ultrasuoni permette di individuare con precisione millimetrica queste perdite, trasformando un problema invisibile in un’opportunità di risparmio immediata e a bassissimo costo di intervento. La riparazione di una perdita ha un tempo di ritorno dell’investimento quasi nullo e un impatto diretto e misurabile sulla bolletta elettrica successiva.

Dettaglio macro di una perdita in un tubo dell'aria compressa con effetto nebbia

La caccia alle perdite non è un’attività una tantum. Dovrebbe diventare parte della manutenzione ordinaria, un processo continuo per garantire che l’efficienza dell’impianto rimanga ottimale nel tempo. Ogni euro non speso per compensare una perdita è un euro che può essere investito in tecnologie più produttive.

Energia reattiva in bolletta: come eliminare le penali con il rifasamento automatico?

Analizzando una bolletta elettrica industriale, una delle voci di costo più frustranti per un Energy Manager è la penale per eccesso di energia reattiva. Questa non è energia che produce lavoro utile, ma è necessaria per il funzionamento dei motori elettrici, dei trasformatori e di altre apparecchiature induttive. Quando l’energia reattiva assorbita dalla rete supera una certa soglia rispetto all’energia attiva (il famoso fattore di potenza, o cos φ), il fornitore addebita delle penali. Si tratta, a tutti gli effetti, di pagare per un’inefficienza del proprio impianto.

La soluzione a questo problema è il rifasamento, una tecnica che consiste nell’installare dei condensatori che generano localmente l’energia reattiva necessaria, evitando di prelevarla dalla rete. Un sistema di rifasamento automatico è la scelta più intelligente: è in grado di modulare l’iniezione di potenza reattiva in base al carico istantaneo dell’impianto, mantenendo il fattore di potenza sempre al di sopra della soglia di penale (tipicamente 0,95) ed evitando i rischi di sovra-rifasamento. L’investimento in un sistema di rifasamento ha solitamente un payback molto rapido, spesso inferiore ai 18-24 mesi, poiché il risparmio deriva direttamente dall’azzeramento di una voce di costo pura in bolletta.

Come sottolinea l’Energy & Strategy Group, la diagnosi energetica è uno strumento cruciale imposto dalla legge per le aziende di maggiori dimensioni, ma il suo valore va ben oltre l’obbligo.

Il decreto legislativo 102/2014 ha reso l’audit energetico obbligatorio per le grandi aziende: si tratta di imprese che occupano più di 250 persone, il cui fatturato annuo supera i 50 milioni di euro

– Energy & Strategy Group, Innovation Post – Efficienza energetica nell’industria

Questa imposizione normativa deve essere vista come un’opportunità per analizzare a fondo anche questi aspetti tecnici, come il rifasamento, che hanno un impatto economico diretto. La scelta della strategia di rifasamento dipende dalla configurazione dell’impianto. Un approccio centralizzato in cabina è più semplice da installare, ma uno distribuito o un micro-rifasamento sui carichi maggiori può portare a un’efficienza superiore, riducendo anche le perdite interne ai cavi dello stabilimento.

Strategie di rifasamento: centralizzato vs distribuito
Tipo di Rifasamento Vantaggi Svantaggi Costo Indicativo
Rifasamento Centralizzato in Cabina Installazione unica, manutenzione centralizzata Perdite nei cavi interni restano €€
Rifasamento Distribuito Riduzione perdite locali, maggiore efficienza Più punti di manutenzione €€€
Micro-rifasamento Massima efficienza puntuale Costo elevato per singola unità €€€€

L’errore di lasciare forni e nastri accesi durante la pausa pranzo o il cambio turno

Uno dei capitoli di spesa più insidiosi e difficili da tracciare senza un monitoraggio granulare è quello dei “consumi fantasma” o consumi a vuoto. Si tratta dell’energia consumata dai macchinari quando non stanno attivamente producendo: durante la pausa pranzo, i cambi turno, le attese per il materiale o le fermate per manutenzione. Forni che restano in temperatura, nastri trasportatori che girano a vuoto, motori in standby: sommati, questi consumi possono rappresentare una quota significativa (fino al 10-15%) del dispendio energetico totale.

L’errore comune è considerare questi consumi come un “costo operativo inevitabile”. In realtà, sono il frutto di abitudini e procedure non ottimizzate. Lasciare un forno industriale acceso per un’ora durante la pausa pranzo può costare decine di euro al giorno, che si traducono in migliaia di euro all’anno. La soluzione non è sempre lo spegnimento completo, che per alcuni macchinari comporterebbe lunghi tempi di riavvio. L’ottimizzazione sta nel trovare il giusto equilibrio: implementare modalità di standby a basso consumo, programmare spegnimenti e riaccensioni automatiche con timer, o formare il personale a seguire procedure di shutdown efficienti.

Il monitoraggio in tempo reale è l’alleato principale per combattere questo spreco. Dashboard visibili nei reparti, che mostrano i consumi istantanei, creano consapevolezza e incentivano comportamenti virtuosi da parte degli operatori. È una tendenza che sta prendendo piede: una ricerca del 2023 ha evidenziato come l’industria italiana stia investendo in queste tecnologie, con quasi il 60% delle imprese che ha utilizzato incentivi per modelli produttivi più sostenibili, inclusi sistemi di monitoraggio. Identificare e quantificare i consumi a vuoto è il primo passo per trasformare uno spreco nascosto in un risparmio concreto e misurabile.

Come tagliare i picchi di potenza assorbita per ridurre i costi fissi in bolletta?

Un’altra voce di costo importante nella bolletta di un’utenza industriale è la quota potenza, calcolata in base al picco massimo di potenza prelevata dalla rete in un dato periodo (solitamente il mese). Anche un singolo picco di pochi minuti, causato dall’accensione simultanea di più macchinari energivori, può far lievitare questa componente fissa per l’intero mese. Gestire e “rasare” questi picchi (il cosiddetto peak shaving) è una strategia di efficienza energetica tanto efficace quanto sofisticata.

La prima fase consiste, ancora una volta, nel monitoraggio. Avere un profilo di carico dettagliato, con una risoluzione di 15 minuti o inferiore, permette di identificare esattamente quando si verificano i picchi e quali macchinari ne sono responsabili. Una volta identificate le cause, le strategie di intervento sono principalmente due. La prima, più semplice, è la gestione dei carichi: si tratta di schedulare l’avviamento dei macchinari più potenti in momenti diversi, evitando le sovrapposizioni. Questo può essere fatto manualmente tramite procedure operative o automaticamente con sistemi di controllo (PLC o BMS) che gestiscono le accensioni in modo sequenziale.

Sala controllo industriale con operatore che monitora grafici di carico energetico

La seconda strategia, più avanzata e con maggiori potenziali, è l’installazione di sistemi di accumulo energetico (BESS). Queste batterie industriali si caricano durante le ore di basso consumo (e basso costo dell’energia) e rilasciano l’energia accumulata per coprire i picchi di domanda, “rasando” di fatto la potenza prelevata dalla rete. Questa soluzione, oltre a ridurre i costi fissi in bolletta, aumenta la resilienza dell’impianto e apre le porte a nuove opportunità, come l’arbitraggio energetico o la partecipazione ai mercati di dispacciamento. Sebbene l’investimento iniziale sia significativo, l’aumento della capacità di accumulo in Italia, che ha visto il picco massimo di domanda oraria raggiungere 57,5 GW nel 2024, rende queste tecnologie sempre più strategiche e incentivate.

Bolletta energetica ed efficienza: come imputare il costo kWh al singolo pezzo?

Per un Energy Manager, l’obiettivo finale dell’efficienza non è solo ridurre il costo totale in bolletta, ma comprendere come l’energia impatta sulla marginalità di ogni prodotto. La domanda strategica a cui rispondere è: “Quanto mi costa, in termini di energia, produrre un singolo pezzo?”. Rispondere a questa domanda trasforma l’efficienza energetica da un’attività del dipartimento tecnico a una leva strategica per il business. Conoscere il costo kWh per pezzo permette di prendere decisioni di pricing più accurate, valutare la redditività di diverse linee di prodotto e ottimizzare i cicli di produzione.

Il calcolo del costo energetico unitario è possibile solo attraverso la combinazione di due flussi di dati: quelli provenienti dal monitoraggio energetico granulare (di cui abbiamo parlato nella prima sezione) e quelli del sistema di gestione della produzione (MES). Incrociando il consumo energetico di una linea produttiva in un dato periodo con il numero di pezzi prodotti in quello stesso intervallo, si ottiene un indicatore potentissimo: l’energia specifica (kWh/pezzo). Questo KPI permette di confrontare l’efficienza di turni diversi, di operatori diversi o di lotti di produzione differenti.

Questo livello di dettaglio apre a scenari di ottimizzazione avanzata. Si può scoprire, ad esempio, che un certo tipo di prodotto ha un costo energetico sproporzionato, suggerendo una revisione del processo. Oppure, si può notare che l’efficienza cala drasticamente sotto una certa velocità di produzione, definendo così un regime operativo ottimale. In un contesto in cui nel 2023 l’intensità energetica dell’economia italiana si è ridotta del 3%, dimostrando un trend nazionale verso una maggiore efficienza, le aziende che non adottano questo approccio analitico rischiano di perdere competitività. Imputare il costo al singolo pezzo significa trasformare l’energia da spesa generale a variabile di produzione controllabile.

Smart Factory vs Green Factory: come il digitale riduce davvero i consumi energetici?

Spesso si parla di Smart Factory e Green Factory come di due concetti distinti. La prima è associata all’automazione e ai dati (Industria 4.0), la seconda alla sostenibilità e all’impatto ambientale. In realtà, oggi sono due facce della stessa medaglia: una fabbrica non può essere veramente “Smart” se non è anche “Green”, ovvero energeticamente efficiente. La digitalizzazione è il principale abilitatore dell’efficienza energetica moderna.

Le tecnologie digitali, come i sensori IoT (Internet of Things), il cloud computing e l’intelligenza artificiale, sono ciò che permette di passare da un monitoraggio passivo a una gestione attiva e predittiva. Come spiega Evogy, un attore chiave del settore, il digitale rende possibile un’analisi dinamica e previsionale.

Grazie alle nuove tecnologie, è oggi possibile raccogliere e analizzare grandi quantità di dati con una velocità senza precedenti. Si tratta di soluzioni software – abbinati ad algoritmi di intelligenza artificiale e dispositivi IoT – dedicate alla gestione dei dati energetici. Tali software rendono dinamico e predittivo il funzionamento degli impianti e ne allungano il ciclo di vita.

– Evogy, Blog Efficientamento energetico nelle industrie

Questo significa, in pratica, che un software può imparare i profili di consumo normali di un macchinario e segnalare automaticamente un’anomalia (ad esempio, un aumento del consumo a parità di produzione), che potrebbe indicare un’usura o un guasto imminente (manutenzione predittiva). Oppure, un algoritmo può regolare dinamicamente i parametri di un impianto HVAC (riscaldamento, ventilazione e condizionamento) in base alle previsioni meteo e all’occupazione dell’edificio, ottimizzando i consumi in tempo reale. Nonostante questo enorme potenziale, è sorprendente notare come solo circa l’8% degli investimenti industriali in efficienza energetica sia dedicato a tecnologie software per il controllo e monitoraggio. Questo indica un’enorme area di opportunità per gli Energy Manager più lungimiranti: investire in intelligenza software, e non solo in hardware, è la chiave per sbloccare il livello successivo di risparmi.

Da ricordare

  • La bolletta è un dato aggregato e insufficiente; il vero controllo passa dal monitoraggio per singola linea produttiva.
  • Inefficienze apparentemente piccole, come le perdite di aria compressa, hanno un impatto economico annuale enorme e misurabile.
  • La gestione attiva di energia reattiva, picchi di potenza e consumi a vuoto trasforma costi fissi e penali in opportunità di risparmio.

Relamping LED in fabbrica: come ottenere un payback sotto i 24 mesi migliorando la sicurezza?

Il relamping, ovvero la sostituzione dei sistemi di illuminazione tradizionali (come neon o lampade a scarica) con tecnologie a LED, è spesso uno dei primi interventi di efficienza energetica che si affrontano. Il motivo è semplice: i benefici sono immediati, significativi e facilmente quantificabili. L’illuminazione può rappresentare dal 10% al 20% del consumo elettrico totale di uno stabilimento industriale, e i LED offrono un’efficienza drasticamente superiore.

I vantaggi principali vanno ben oltre il semplice minor consumo. Come dimostrato da numerose analisi, le lampade a LED durano fino a 20 volte di più delle alternative tradizionali, riducendo drasticamente i costi di manutenzione e sostituzione, un fattore non trascurabile in ambienti industriali con soffitti alti e di difficile accesso. Inoltre, i LED non emettono calore come le vecchie lampade, contribuendo a ridurre il carico sui sistemi di condizionamento durante i mesi estivi, un risparmio indiretto ma concreto. La qualità della luce è superiore, senza sfarfallii, migliorando il comfort visivo e la sicurezza degli operatori, con un impatto positivo sulla produttività e sulla riduzione degli errori.

L’analisi del ritorno sull’investimento (payback) per un progetto di relamping LED è solitamente molto favorevole. Considerando il risparmio energetico diretto, la riduzione dei costi di manutenzione e gli incentivi disponibili (come i certificati bianchi), il payback si attesta spesso al di sotto dei 24 mesi. Una diagnosi energetica ben fatta deve includere un’analisi illuminotecnica dettagliata, che non si limiti a proporre una sostituzione 1-a-1, ma che riprogetti il sistema per ottimizzare il numero di punti luce, la loro disposizione e l’utilizzo di sensori di presenza e luminosità per massimizzare ulteriormente i risparmi. Il confronto tra le tecnologie è impietoso e rende la scelta del LED quasi obbligata.

Confronto LED vs illuminazione tradizionale industriale
Parametro Lampade Tradizionali LED Vantaggio LED
Durata vita utile 1.000 ore 100.000 ore 100x
Efficienza luminosa 15-60 lm/W 80-150 lm/W 2-3x
Manutenzione Frequente Minima -90%
Calore emesso Alto Basso -80%

Per avviare un progetto di successo, è fondamentale padroneggiare i fattori chiave per un relamping a rapido payback.

Per trasformare concretamente questi concetti in un piano d’azione, il passo successivo consiste nell’avviare un progetto pilota di monitoraggio su una linea produttiva critica per validare il potenziale di risparmio specifico per la tua realtà industriale.

Scritto da Roberto Gallo, HSE Manager e Energy Manager certificato EGE. Specialista in Sicurezza sul Lavoro (D.Lgs 81/08), Sostenibilità ESG e Efficienza Energetica industriale.