Pubblicato il Marzo 11, 2024

La vera resilienza della supply chain non consiste nell’evitare ogni rottura di stock, ma nell’ingegnerizzare il rischio per renderla un evento calcolato e controllato.

  • La visibilità end-to-end, ottenuta tramite piattaforme integrate, è il fondamento per anticipare le interruzioni anziché subirle.
  • La segmentazione strategica delle scorte (modello di Kraljic) permette di applicare policy differenziate, proteggendo gli articoli critici senza immobilizzare capitale inutilmente.
  • La simulazione di scenari di crisi e la pianificazione di percorsi alternativi trasformano l’incertezza da minaccia a variabile gestita.

Raccomandazione: Adottare un modello operativo basato non più sulla sola efficienza dei costi, ma su una valutazione strategica del rischio per costruire una catena del valore realmente antifragile, capace di prosperare nell’instabilità.

In un mondo dove l’unica costante è l’incertezza, la domanda che tormenta ogni Supply Chain Director non è “se” la prossima crisi colpirà, ma “quando” e “come”. Blocco di un canale strategico, tensioni geopolitiche, un’impennata imprevista della domanda: ogni evento si traduce in un’unica, temuta conseguenza: la rottura di stock. Linee di produzione ferme, ordini inevasi e clienti insoddisfatti sono l’incubo ricorrente di chiunque gestisca una catena di fornitura globale. Istintivamente, le soluzioni sembrano ovvie: diversificare i fornitori, aumentare le scorte di sicurezza. Queste tattiche, sebbene utili, sono spesso cerotti applicati su una ferita sistemica.

Questi approcci reattivi non affrontano la radice del problema: una supply chain progettata per l’efficienza in un mondo stabile, ma intrinsecamente fragile di fronte alla volatilità. L’era del Just-in-Time applicato indiscriminatamente è finita. La vera sfida, oggi, non è semplicemente reagire più velocemente, ma costruire un sistema immunitario proattivo. Ma se la vera chiave non fosse “evitare” la rottura di stock a ogni costo, ma piuttosto controllarla, modellarla e trasformarla in un rischio calcolato? Se potessimo trasformare la vulnerabilità in un vantaggio competitivo?

Questo è il cambio di paradigma che proponiamo: passare da una logica di fragile efficienza a una di robusta antifragilità. Non si tratta di prevedere il futuro, ma di costruire una catena del valore così flessibile e intelligente da prosperare proprio grazie agli shock. Questo articolo non è l’ennesima lista di consigli generici. È un manuale operativo per Risk Manager della supply chain, una guida strategica per ingegnerizzare la resilienza. Analizzeremo come trasformare i dati in previsioni, sincronizzare i flussi in tempo reale, auditare i rischi nascosti e, soprattutto, implementare un framework decisionale per proteggere la continuità produttiva in qualsiasi scenario.

Attraverso un’analisi approfondita, esploreremo le strategie e gli strumenti concreti per costruire una catena di fornitura non solo resiliente, ma veramente antifragile. Il sommario seguente delinea il percorso che seguiremo per trasformare la gestione della crisi da arte dell’improvvisazione a scienza della preparazione.

Perché piccoli cambiamenti nella domanda cliente creano il caos nei tuoi ordini ai fornitori?

Questo fenomeno, noto come “effetto frusta” (bullwhip effect), è uno dei nemici più insidiosi della stabilità della supply chain. Una variazione del 10% nella domanda del consumatore finale può facilmente trasformarsi in una variazione del 40% o più negli ordini piazzati al fornitore di primo livello, e amplificarsi ulteriormente risalendo la catena. Le cause sono molteplici: lead time lunghi, lotti d’ordine non ottimizzati e, soprattutto, una mancanza di visibilità sui dati di vendita reali. Ogni attore della catena prende decisioni basandosi non sulla domanda reale, ma sulle previsioni e sugli ordini del suo cliente diretto, aggiungendo una “scorta di sicurezza” che amplifica la distorsione.

Il risultato è un ciclo vizioso di eccessi di scorte seguiti da rotture di stock, che genera costi enormi e inefficienze. Senza un sistema di monitoraggio condiviso, l’intera catena naviga a vista. Infatti, i dati dell’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano indicano che il 18% delle aziende italiane non ha ancora implementato un sistema strutturato per monitorare le prestazioni, operando di fatto in un ambiente di scarsa visibilità.

Centro di analisi dati con algoritmi di demand sensing basati su IA

La soluzione a questa distorsione informativa risiede nell’adozione di tecnologie di demand sensing e intelligenza artificiale. Invece di basarsi su previsioni storiche, questi sistemi analizzano in tempo reale una vasta gamma di segnali deboli: dati di vendita dai punti vendita (POS data), trend sui social media, eventi climatici, indicatori macroeconomici. Questo permette di creare previsioni a breve termine molto più accurate, smorzando l’effetto frusta alla fonte e consentendo una pianificazione degli ordini più stabile e reattiva.

In definitiva, combattere l’effetto frusta significa passare da una catena di reazioni a una rete di informazioni condivise, dove la visibilità granulare sui dati di domanda reale diventa il principale strumento di stabilizzazione.

Portali fornitori vs Email: come sincronizzare gli ordini in tempo reale?

Affidarsi a email, telefonate e fogli di calcolo per gestire gli ordini con i fornitori globali è l’equivalente di navigare un oceano in tempesta con una bussola rotta. Questo approccio manuale non solo è lento e inefficiente, ma è anche una fonte inesauribile di errori, ritardi e incomprensioni. La conferma di un ordine può perdersi, una modifica può non essere registrata e non esiste una visione unica e condivisa dello stato di avanzamento. Per ottenere la visibilità granulare necessaria a un’ingegneria del rischio efficace, è imperativo passare a piattaforme di collaborazione digitale.

Le due tecnologie principali per l’integrazione strutturata sono l’EDI (Electronic Data Interchange) e le API (Application Programming Interface). L’EDI è uno standard consolidato, robusto e ideale per scambi di grandi volumi di documenti standardizzati (ordini, fatture, avvisi di spedizione) con partner storici. Tuttavia, la sua rigidità e i costi di implementazione lo rendono meno adatto a un ecosistema di fornitori dinamico. Le API, d’altro canto, offrono una flessibilità e una velocità di integrazione molto maggiori, permettendo scambi di dati in tempo reale e la creazione di flussi di lavoro personalizzati. L’integrazione di sistemi come IBM Watson, che sfruttano algoritmi avanzati e Big Data, permette la creazione di vere e proprie Supply Chain Control Towers, dashboard centralizzate che offrono ai manager una visione d’insieme per reagire con piena cognizione di causa.

La scelta tra EDI e API dipende dalla maturità tecnologica dell’azienda e dei suoi partner, ma entrambe rappresentano un salto quantico rispetto alla gestione manuale. Di seguito, un confronto diretto basato su criteri chiave per supportare una decisione strategica.

EDI vs API: un confronto per l’integrazione fornitori
Criterio EDI (Electronic Data Interchange) API (Application Programming Interface)
Velocità di implementazione 4-6 mesi 2-4 settimane
Costo iniziale Alto (50-100k€) Medio (10-30k€)
Flessibilità Bassa (standard rigidi) Alta (personalizzabile)
Maturità tecnologica richiesta Media Alta
Ideale per Grandi volumi, partner stabili Integrazioni agili, partner multipli

L’obiettivo finale non è solo digitalizzare lo scambio di ordini, ma creare un ecosistema connesso in cui le informazioni fluiscono senza attriti, abilitando una collaborazione reale e una reattività che i processi manuali non potranno mai eguagliare.

Come auditare i fornitori esteri per evitare scandali ambientali o sociali?

Nell’attuale contesto globale, il rischio legato a un fornitore non è più solo operativo (capacità di consegna, qualità) ma anche reputazionale, legale e finanziario. Uno scandalo legato a pratiche di lavoro non etiche, danni ambientali o violazioni dei diritti umani (rischi ESG – Environmental, Social, Governance) può avere un impatto devastante sul brand, con conseguenze economiche ben superiori a una semplice rottura di stock. L’audit tradizionale, basato su visite ispettive periodiche, si rivela spesso inadeguato: è costoso, puntuale e facilmente “aggirabile” da fornitori poco trasparenti. Per questo, un approccio di ingegneria del rischio richiede un monitoraggio continuo e basato sulla tecnologia.

L’era digitale offre strumenti potenti per un “remote auditing” efficace e pervasivo. Piattaforme specializzate, come quelle offerte da CRIBIS, forniscono accesso a dati su milioni di imprese, permettendo una prima, fondamentale due diligence. Secondo i loro dati, questi report aziendali possono supportare la selezione e valutazione dei fornitori coprendo oltre 500 milioni di imprese nel mondo, offrendo una base dati per una valutazione preliminare del rischio. Questo approccio basato sui dati permette di identificare segnali di allarme prima che diventino problemi conclamati.

Oltre ai dati finanziari e legali, le nuove tecnologie consentono di verificare le affermazioni dei fornitori in modo indipendente. L’analisi di immagini satellitari può rilevare deforestazione non dichiarata, l’uso di app mobili consente ai lavoratori di segnalare anonimamente abusi, e la blockchain può garantire una tracciabilità immutabile delle materie prime, dall’origine al prodotto finito. Questi strumenti trasformano l’audit da un evento sporadico a un processo di vigilanza costante, proteggendo l’azienda da rischi nascosti nella profondità della sua catena di fornitura.

Piano d’azione per l’audit dei fornitori remoti

  1. Punti di contatto: Mappare i fornitori critici e le loro localizzazioni geografiche per identificare le aree a più alto rischio ESG.
  2. Collecte: Utilizzare piattaforme dati (es. CRIBIS, EcoVadis) per raccogliere report su performance finanziarie, legali e di sostenibilità.
  3. Cohérence: Confrontare le certificazioni dichiarate dal fornitore con i dati raccolti, cercando incongruenze o segnali di allarme.
  4. Mémorabilité/émotion: Implementare tecnologie di monitoraggio remoto (immagini satellitari per impatti ambientali, app per feedback dei lavoratori) per verifiche indipendenti.
  5. Plan d’intégration: Integrare i punteggi di rischio ESG nei criteri di selezione e valutazione continua dei fornitori, legando le performance a incentivi o penalità.

In sintesi, proteggersi dai rischi ESG non è più una questione di compliance, ma un pilastro strategico della gestione del rischio. Un audit tecnologico e continuo è l’unica difesa contro scandali che possono compromettere decenni di costruzione del valore del brand.

L’errore di non avere un percorso alternativo quando il canale di Suez si blocca

L’incaglio della Ever Given nel Canale di Suez nel 2021 non è stato un evento isolato, ma il simbolo di una vulnerabilità sistemica: l’eccessiva dipendenza da pochi corridoi logistici globali. Quando un singolo “choke point” può bloccare una percentuale significativa del commercio mondiale, è evidente che un modello di supply chain basato solo sull’ottimizzazione dei costi è intrinsecamente fragile. L’errore non è che l’evento accada, ma non aver pianificato una risposta. Un vero Risk Manager non si chiede “cosa faccio se Suez si blocca?”, ma “quale dei miei cinque piani alternativi attivo, e a quale soglia di costo/ritardo?”.

La storia recente è ricca di esempi drammatici. Basti pensare che, secondo le analisi, lo tsunami che ha colpito il Giappone nel 2011 ha avuto un impatto devastante, con un effetto negativo sul 40% di tutte le supply chain del paese, causando fermi di produzione e la chiusura di infrastrutture critiche. L’impatto economico di una singola catastrofe naturale dimostra come la mancanza di ridondanza sia un rischio che nessuna azienda può permettersi di ignorare. La soluzione risiede nella simulazione proattiva e nella diversificazione delle rotte e degli hub.

Vista aerea di hub logistico regionale con corridoi di trasporto multipli

Tecnologie come i Digital Twin (gemelli digitali) della supply chain sono fondamentali in questo contesto. Creando una replica virtuale dell’intera catena di fornitura, è possibile simulare l’impatto di decine di scenari di crisi (chiusura di un porto, fallimento di un fornitore, introduzione di un dazio) e testare l’efficacia dei piani di contingenza. Questo permette di quantificare i rischi e prendere decisioni basate sui dati, come la strategia di regionalizzazione. Anziché dipendere da un unico mega-hub in Asia, le aziende possono sviluppare una rete di hub logistici regionali più piccoli, come quello visibile nell’immagine. Questi hub, più vicini ai mercati finali, non solo riducono i lead time e i rischi di trasporto, ma abilitano anche strategie di “postponement”, dove la personalizzazione finale del prodotto avviene solo dopo aver ricevuto l’ordine del cliente, aumentando l’agilità.

In conclusione, la vera resilienza non si misura dalla capacità di evitare i problemi, ma dalla rapidità e dall’efficacia con cui si attivano soluzioni pre-pianificate. Avere un percorso alternativo non è un costo, ma un’assicurazione sulla continuità del business.

Vendite vs Operations: come allineare le previsioni commerciali con la capacità produttiva?

È uno dei conflitti più classici e dannosi all’interno di un’azienda: il team vendite, spinto da obiettivi ambiziosi, produce previsioni ottimistiche, mentre il team operations, vincolato dalla capacità produttiva e dai lead time dei fornitori, pianifica sulla base di dati più conservativi. Questo disallineamento è una delle cause principali sia delle rotture di stock (quando le vendite superano la produzione) sia degli eccessi di inventario (quando la produzione supera le vendite). Il processo tradizionale di Sales & Operations Planning (S&OP) cerca di mediare tra queste due funzioni, ma spesso si riduce a una negoziazione mensile basata su fogli di calcolo, incapace di reagire dinamicamente alla volatilità del mercato.

La mancanza di integrazione tecnologica e di processo è un ostacolo enorme. Non è un caso se, secondo recenti studi, solo l’11% delle aziende italiane ha sistemi avanzati per tracciare efficacemente tutti i segnali della supply chain. Questa statistica evidenzia una profonda lacuna nella capacità di molte imprese di avere una visione unica e condivisa della realtà, fondamentale per un allineamento strategico.

L’evoluzione naturale e necessaria dell’S&OP è l’Integrated Business Planning (IBP). L’IBP non si limita a bilanciare domanda e offerta, ma integra anche la pianificazione finanziaria e la strategia di prodotto, allargando l’orizzonte temporale e coinvolgendo tutte le funzioni aziendali. L’IBP trasforma la pianificazione da un esercizio tattico mensile a un processo strategico continuo, supportato da piattaforme cloud collaborative che permettono simulazioni “what-if” in tempo reale. Questo permette di valutare l’impatto finanziario di ogni decisione operativa e di allineare l’intera azienda verso obiettivi comuni.

S&OP vs IBP: l’evoluzione della pianificazione integrata
Aspetto S&OP Tradizionale Integrated Business Planning (IBP)
Orizzonte temporale 3-18 mesi 24-36 mesi
Funzioni coinvolte Vendite e Operations Vendite, Operations, Finanza, Strategia di Prodotto
Frequenza revisione Mensile Continua con aggiornamenti settimanali
Focus Bilanciamento domanda-offerta Allineamento strategico aziendale
Tecnologia Fogli di calcolo, ERP base Piattaforme cloud collaborative con simulazioni what-if

In definitiva, superare il conflitto tra vendite e operations significa smettere di cercare un colpevole e iniziare a costruire un unico piano di gioco, basato su dati condivisi, obiettivi allineati e una visione strategica che trascende i singoli dipartimenti.

Piano di disastro o improvvisazione: cosa succede nei primi 60 minuti di un blocco totale?

Una nave blocca un canale. Un fornitore chiave dichiara fallimento. Un attacco informatico paralizza i sistemi. Nei primi 60 minuti di una crisi totale della supply chain, la differenza tra un’azienda resiliente e una destinata al caos è una sola: l’esistenza di un piano d’azione pre-approvato. Come sottolinea un’inchiesta di Generix Group, “Il 52% dei responsabili della logistica percepisce il controllo delle criticità come una priorità”. Questo dimostra una consapevolezza diffusa, ma la vera domanda è: quanti hanno trasformato questa priorità in un protocollo operativo?

Il 52% dei responsabili della logistica percepisce il controllo delle criticità come una priorità

– Generix Group, Inchiesta sulla gestione dei rischi operativi

L’improvvisazione è il nemico numero uno. In una situazione di alta pressione, senza una guida chiara, le decisioni vengono prese in modo frammentato, le comunicazioni sono confuse e tempo prezioso viene sprecato a capire “cosa sta succedendo” invece di “cosa dobbiamo fare”. Un piano di disastro non è un documento da tenere in un cassetto, ma un algoritmo decisionale che si attiva istantaneamente. L’elemento centrale di questo piano è la Supply Chain War Room: un team interfunzionale (logistica, vendite, acquisti, comunicazione) con ruoli e responsabilità definiti, che si attiva al primo segnale di allarme.

La tecnologia gioca un ruolo cruciale. La “Control Tower”, se implementata correttamente, non è solo uno strumento di monitoraggio, ma il sistema nervoso centrale della risposta alla crisi. Permette di identificare in pochi minuti quali ordini, clienti e linee di produzione sono impattati, consentendo una comunicazione mirata e l’attivazione di piani di contingenza specifici. La chiave è la preparazione: i template di comunicazione devono essere già scritti, i piani alternativi già modellati. I primi 60 minuti non servono a inventare una soluzione, ma a eseguire una coreografia provata e riprovata.

Il seguente protocollo operativo delinea le azioni critiche da intraprendere in quella prima, fatidica ora:

  1. Minuto 0-10: Attivazione immediata della Supply Chain War Room, con convocazione automatica dei membri chiave.
  2. Minuto 10-20: Lancio dei template di comunicazione pre-approvati a tutti gli stakeholder (interni, clienti strategici, fornitori) per gestire le aspettative e mantenere il controllo della narrazione.
  3. Minuto 20-40: Utilizzo della Control Tower per una valutazione rapida dell’impatto: identificazione precisa di SKU, ordini e clienti interessati dal blocco.
  4. Minuto 40-60: Attivazione dei piani di contingenza pre-modellati (es. dirottamento su rotte alternative, ricorso a fornitori secondari) e assegnazione dei task operativi al team.

In conclusione, nella gestione di una crisi, la velocità non deriva dalla fretta, ma dalla preparazione. Avere un piano non garantisce l’assenza di problemi, ma assicura che il caos sia gestito, non subito.

L’errore di lavorare Just-in-Time su materiali che arrivano da zone di guerra

La filosofia Just-in-Time (JIT) ha rivoluzionato la produzione, riducendo drasticamente i costi di magazzino e aumentando l’efficienza. Tuttavia, applicarla come un dogma universale, senza considerare l’origine e la criticità dei componenti, è uno degli errori strategici più pericolosi. Lavorare con scorte minime per un materiale che proviene da una regione politicamente instabile o geograficamente remota significa trasformare un’ottimizzazione dei costi in una roulette russa operativa. La domanda non è “se” la fornitura si interromperà, ma “quando”. In questo scenario, il JIT non è più una strategia, ma una vulnerabilità.

L’approccio corretto richiede una segmentazione strategica del rischio. Non tutti i materiali sono uguali e, di conseguenza, non possono essere gestiti con la stessa politica di stock. È qui che l’ingegneria del rischio mostra il suo valore, attraverso l’applicazione di modelli decisionali come la matrice di Kraljic. Questa matrice classifica i componenti acquistati in base a due dimensioni: l’impatto sul business (profit impact) e il rischio di fornitura (supply risk). Questo permette di passare da una politica di stock “one-size-fits-all” a una strategia differenziata e intelligente.

Per gli articoli a basso rischio e basso impatto (“non critici”), il JIT rimane la scelta ideale. Per gli articoli ad alto impatto ma a basso rischio (“leva”), dove abbiamo potere contrattuale su molti fornitori, un JIT ottimizzato è ancora valido. Il vero cambio di paradigma avviene nelle altre due categorie. Per gli articoli a basso impatto ma ad alto rischio (“collo di bottiglia”), è necessario un buffer stock. Ma è per gli articoli critici, ad alto impatto e alto rischio, che il JIT diventa un suicidio operativo. Per questi componenti, l’unica strategia sensata è il Just-in-Case: la creazione di scorte strategiche, che possono coprire da 3 a 6 mesi di produzione, per disaccoppiare la continuità operativa dalla volatilità del fornitore.

La seguente matrice evoluta illustra come adattare la strategia di stock in base alla classificazione del rischio.

Matrice di Kraljic evoluta per strategie di stock basate sul rischio
Categoria Rischio fornitura Impatto business Strategia stock
Articoli critici Alto Alto Just-in-Case (scorte strategiche 3-6 mesi)
Articoli leva Basso Alto Just-in-Time ottimizzato
Articoli collo di bottiglia Alto Basso Buffer stock moderato (1-2 mesi)
Articoli non critici Basso Basso Just-in-Time standard

Punti chiave da ricordare

  • Dalla reazione alla simulazione: La resilienza si costruisce testando proattivamente gli scenari di crisi, non improvvisando risposte.
  • Dalla taglia unica alla segmentazione del rischio: Applicare politiche di stock differenziate (modello di Kraljic) è cruciale per proteggere i componenti critici senza immobilizzare capitale.
  • Dai dati isolati alla visibilità integrata: Le “Control Towers” e le piattaforme collaborative trasformano i dati in decisioni, abilitando una gestione del rischio in tempo reale.

In definitiva, il Just-in-Case non è il contrario dell’efficienza, ma il suo prerequisito in un mondo incerto. È un investimento calcolato sulla continuità del business, il costo da pagare per avere il diritto di essere efficienti su tutto il resto.

Come proteggere la catena di fornitura dai rischi geopolitici e climatici attuali?

La pandemia di COVID-19 è stata un campanello d’allarme globale, ma non è stata un’anomalia. È stata l’acceleratore di una realtà già in atto: viviamo in un’era di instabilità permanente, dove rischi geopolitici, climatici e sanitari sono diventati variabili costanti della pianificazione aziendale. L’idea di una supply chain globale lunga, snella e ottimizzata per i costi si è rivelata pericolosamente fragile. Un report di Fortune ha rivelato che il 94% delle aziende Fortune 1000 ha subito interruzioni della supply chain a causa della pandemia. Questo dato non descrive un evento “cigno nero”, ma la nuova normalità operativa.

In questo contesto, la resilienza non basta più. Essere resilienti significa saper incassare un colpo e tornare come prima. L’obiettivo strategico deve essere più ambizioso: l’antifragilità. Un sistema antifragile è quello che non solo sopravvive agli shock, ma ne esce rafforzato, impara e si adatta. Costruire una supply chain antifragile richiede un framework strategico che vada oltre la semplice gestione della crisi e si concentri sulla riprogettazione del sistema stesso.

Questo framework si basa su alcuni pilastri fondamentali. Primo, l’analisi del footprint globale: mappare l’intera catena di fornitura per identificare le concentrazioni di rischio geografico o la dipendenza da un singolo fornitore. Secondo, la diversificazione intelligente (multi-sourcing): non si tratta di avere più fornitori per lo stesso componente, ma di avere fornitori strategicamente diversificati per area geografica e profilo di rischio. Terzo, l’investimento in regionalizzazione (nearshoring/reshoring): accorciare la supply chain, anche a un costo unitario leggermente superiore, per ridurre drasticamente i lead time e l’esposizione a rischi di trasporto e geopolitici. Infine, l’implementazione di sistemi di “early warning” basati sull’analisi di segnali deboli (politici, sociali, tecnologici) per anticipare le crisi prima che esplodano.

Il seguente framework riassume i passaggi chiave per trasformare la propria catena di fornitura da fragile a antifragile:

  • Analizzare il footprint globale: Mappare la base dei fornitori per identificare e mitigare i rischi legati a una singola geografia.
  • Implementare sistemi di “early warning”: Adottare piattaforme di intelligence che monitorano segnali deboli (politici, sociali, climatici) per anticipare le crisi.
  • Diversificare i fornitori strategici: Sviluppare un approccio di multi-sourcing intelligente, bilanciando costi e diversificazione geografica del rischio.
  • Sviluppare Business Continuity Plans: Creare e testare regolarmente piani di contingenza basati su scenari multipli (es. blocco canale, pandemia, dazi).
  • Investire in regionalizzazione: Valutare strategicamente il nearshoring o il reshoring di produzioni e forniture critiche per ridurre la dipendenza e i rischi globali.

Per mettere in pratica queste strategie, è essenziale padroneggiare i principi di un framework di antifragilità e adattarli al proprio contesto industriale.

Iniziare oggi a implementare un modello di gestione del rischio basato sull’antifragilità non è più un’opzione, ma il fondamento per la sopravvivenza e la competitività futura. La domanda per ogni Supply Chain Director non è più “quanto mi costa?”, ma “quanto mi costa non farlo?”.

Scritto da Elena Ferrari, Direttrice della Supply Chain e Logistica con esperienza internazionale. Esperta in gestione scorte, trasporti intermodali e ottimizzazione dei flussi di magazzino.